CALIPSO: L'ERRORE DI NON AVER LASCIATO ANNEGARE ULISSE.
PAROLE IN LIBERTÀTHE CLUB
Ilaria Celani
CALIPSO: L'ERRORE DI NON AVER LASCIATO ANNEGARE ULISSE.
Sganciamoci una buona volta dai traumi da liceo classico: l’Odissea è la storia di un uomo di mezza età che ha impiegato dieci anni per fare un viaggio in barca ridicolmente breve, inventandosi le scuse più assurde pur di non tornare a casa a fare il padre di famiglia e pagare le tasse. In questo mare di eroi ipertrofici e divinità con evidenti problemi di gestione della rabbia, c’è una verità assoluta che la scuola e la critica tradizionale vi hanno vigliaccamente nascosto: Calipso è, senza margine di dibattito, il miglior personaggio dell'intera opera, oltre ad essere l'unico con un barlume di sanità mentale. Eppure, la critica letteraria l'ha liquidata per secoli come una specie di carceriera egoista che intralciava il cammino del "povero eroe". Una narrazione talmente ridicola da rasentare il danno d'immagine. Analizziamo la "terribile tortura" a cui Calipso sottopone Ulisse. Il nostro astuto eroe naufraga su un’isola paradisiaca dopo aver fatto sterminare l'intera flotta per pura arroganza. Lei lo raccoglie che è un pezzente, lo rimette a nuovo e gli propone un pacchetto che farebbe carte false per avere chiunque: sesso divino tutte le sere, un resort di lusso ad uso esclusivo e, come bonus di benvenuto, la giovinezza eterna e l’immortalità. E la letteratura ci chiede di provare empatia per quest'uomo che passa le giornate a piangere sconsolato sulla spiaggia guardando il mare, salvo poi fiondarsi diligentemente sotto le lenzuola della dea non appena cala il sole. Ulisse non è un martire; è il prototipo del turista viziato che recensisce con una stella un resort alle Maldive perché c'è troppa sabbia. Il momento in cui Calipso polverizza l'intero cast dell'opera arriva quando l'Olimpo decide di mandarle un'ispezione sindacale. Quando Zeus manda Ermes a dirle, in sostanza: "Senti, il giocattolo serve a Itaca, ridaccelo". In quel momento, Calipso non si limita a piangere o a fare i capricci da ninfa. Calipso asfalta l'intera gestione patriarcale dell'Olimpo con un monologo che farebbe impallidire qualsiasi moderno saggio di sociologia. Dice ai maschi dell'Olimpo quello che tutti pensavano ma nessuno aveva il coraggio di dire: siete degli ipocriti. Senza troppi giri di parole, asserisce che sono dei pagliacci: se Zeus si trasforma in un intero giardino zoologico per rapire e violentare mortali è "mito", ma se una divinità femminile salva un disgraziato dalla morte e decide di amarlo consensualmente, allora scatta il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma la sua vera consacrazione a icona assoluta sta nel modo in cui gestisce il benservito. Senza scenate isteriche, Non si vendica, non lo trasforma in un maiale (ogni riferimento a Circe è puramente voluto), non gli lancia anatemi. Spiega a Ulisse come costruire una zattera (perché il genio di Itaca senza istruzioni non saprebbe montare un comodino), gli riempie la stiva di ottimo vino e gli soffia pure il vento favorevole per levarselo dai piedi il prima possibile. E poi? Poi lei rimane lì, condannata all'immortalità in un silenzio tombale, mentre lui torna a Itaca a fare quello che gli riesce meglio: fare stragi in casa propria, mentire a sua moglie e farsi raccontare quant'è stato bravo a soffrire. Ed è qui che Calipso diventa tragicamente, magnificamente una di noi. Chiunque abbia mai sprecato mesi, anni, energie e dignità nel disperato tentativo di elevare un partner emotivamente indisponibile, per poi vederlo mollare tutto e tornare strisciando verso la sua misera routine, sa esattamente cosa si prova. Calipso ha offerto l'infinito, l'assoluto e l'immortalità a un uomo che, alla fine, ha preferito lo scoglio natio pieno di capre solo per il gusto di fare il re del cortile e litigare con i vicini. Guardando quella zattera allontanarsi, Calipso non ha perso l'amore della sua vita: ha solo capito, con un misto di compassione e sollievo, che è totalmente inutile offrire le stelle a chi ha come massima ambizione quella di restare nel fango. E che la solitudine, se accettata, è la migliore terapia!