Ci siamo imborghesiti?

PAROLE IN LIBERTÀSOCIETÀ & COSTUMEATTUALITÀ

Andrea Loreti

Questa riflessione come nasce? Diamo un po’ di contesto. Inizio di luglio, Roma, dopo cena, mentre mi godo una birra fuori al balcone su una sdraio accendo una candela profumata (e già qui...va beh, andiamo avanti) spengo le luci, faccio un sorso e la mia mente articola un pensiero, così di botto: "ti dirò che le Birkestock che ho preso sono veramente comode. Chissà perché non le ho prese prima." In quel momento preciso ho pensato "ma che cazzo di fine a fatto il me stesso di qualche anno fa?" C’è nella vita un momento in cui smetti di sentirti il protagonista di Trainspotting e inizi a comportarti come l’amministratore del gruppo WhatsApp del condominio. Da qui guardandomi intorno, pensando alle persone che ho conosciuto, mi rendo conto che il dramma è comune, motivo per cui lo estremizzeró, così da farci una risata e una riflessione sopra. Non succede all’improvviso. Nessuno si sveglia una mattina dicendo: “Da oggi divento moderato”. È una lenta erosione dello spirito, fatta di posizioni di comodo, sorrisi di circostanza e l’acquisizione di essere concavo o convesso in base alle necessità per non avere rotture di coglioni. Piero Pelu’ ci sputerebbe in un occhio. Prima smetti di uscire il giovedì perché “venerdì lavoro”. Poi inizi a dire frasi tipo: “Un buon materasso cambia la vita.” Poi ti ritrovi a confrontare le offerte di luce e gas con lo stesso entusiasmo con cui a venticinque anni dovevi decidere a quali concerti andare in estate. Ed è lì che capisci. Non sei cresciuto. Ti sei imborghesito. La tragedia è che da giovani avevamo giurato il contrario. Noi eravamo quelli che avrebbero cambiato il mondo. Quelli che ridevano di chi prenotava le vacanze sei mesi prima. Di chi parlava di mutui. Di chi comprava un SUV “perché è più comodo”. Il problema non è il conto in banca. È il conto mentale. Perché l’imborghesimento non arriva quando guadagni di più. Arriva quando inizi a desiderare che nessuno faccia rumore dopo le dieci. Quando comici a passare le domeniche all’ikea o al centro commerciale, insomma a fare quello che fanno tutti. Quando la parola “stabilità” smette di sembrarti una malattia e diventa un obiettivo. E il bello è che trovi pure delle ottime giustificazioni. “Ho altre priorità.” “Bisogna essere responsabili.” “Le energie non sono infinite.” Tutto vero. Ma anche tremendamente sospetto. Perché il confine tra maturità e resa è molto più sottile di quanto raccontino i libri di crescita personale. Ci raccontiamo che siamo diventati selettivi. In realtà siamo diventati prevedibili. La playlist è sempre quella. Il ristorante è sempre quello. Le vacanze sono sempre nello stesso posto “perché lì si mangia bene”. Persino le ribellioni sono organizzate. Il weekend detox. Lo yoga. Il corso di ceramica. La fuga in camper per “ritrovare sé stessi”. La rivoluzione, ormai, la facciamo solo se c’è parcheggio. E pensare che una volta volevamo distruggere il sistema. Oggi litighiamo con l’assistenza clienti perché il corriere è arrivato con due ore di ritardo. Siamo passati da essere dei piccoli rivoluzionari contro le persone in giacca e cravatta a recensori compulsivi su Google. Da “vivi senza regole” a “hai preso lo scontrino?”. Da incendiari…a pompieri. E forse è inevitabile. Perché crescere significa anche capire il valore delle cose che prima ignoravi. Dormire otto ore. Una cena tranquilla. Una lavatrice che funziona. La pressione giusta della doccia. Il problema nasce quando iniziamo a difendere quel piccolo fortino con la stessa ferocia con cui un tempo attaccavamo tutto ciò che rappresentava. Quando il comfort diventa identità. Quando la prudenza sostituisce la curiosità. Quando preferiamo avere ragione piuttosto che sorprenderci. Forse non ci siamo semplicemente imborghesiti. Abbiamo smesso di correre il rischio di sembrare ridicoli. Che poi era il vero superpotere dei vent’anni. Provare. Sbagliare. Cambiare idea. Ricominciare. A quarant’anni, invece, vogliamo apparire competenti su tutto. Persino sulla macchina del caffè. La verità è che nessuno sogna di diventare l’adulto che da ragazzo prendeva in giro. Eppure eccoci qui. Con il robot aspirapolvere che ha un nome. Con il gruppo WhatsApp “Vicini civili”. Con l’assicurazione sanitaria che ci rassicura più di una storia d’amore. Forse l’imborghesimento non è comprare una casa. E’ scegliere una cosa non perché ti piace ma in condizione di altri fattori che non decidi tu. La buona notizia? Ogni tanto possiamo ancora fare qualcosa di profondamente irresponsabile. Cambiare strada senza Google Maps. Comprare un biglietto senza sapere dove dormirai. Dire sì a un invito senza chiedere chi altro viene. Non per sentirci di nuovo ventenni. Quello sarebbe patetico. Ma per ricordarci che, sotto tutti questi plaid in pile, gli ETF e le tisane digestive, da qualche parte vive ancora quella versione di noi che aveva il pessimo vizio di credere che la vita fosse fatta per essere vissuta, non semplicemente amministrata.


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