La Sindrome di BoJack; lo specchio in cui nessuno vuole guardarsi.
PAROLE IN LIBERTÀSOCIETÀ & COSTUME
Ilaria Celani
La Sindrome di BoJack; lo specchio in cui nessuno vuole guardarsi.
Esiste un patto non scritto tra gli spettatori di BoJack Horseman: si inizia la serie per guardare un animale che beve troppo e si finisce per guardare uno specchio che non usa filtri. Non è un cartone animato; è un’autopsia dell'anima moderna eseguita con una precisione chirurgica e un senso dell'umorismo da condannato a morte.
BoJack incarna il paradosso di chi corre una maratona infinita convinto che la pace sia appena oltre la finish line. BoJack corre come un pazzo convinto che, una volta tagliato il nastro, i suoi demoni diranno: "Ok ragazzi, ha vinto lui, andiamo a prenderci un drink altrove".
Il dramma non è non raggiungere il traguardo; il dramma è che, una volta tagliato il nastro, ti volti e scopri che i tuoi demoni hanno corso la maratona insieme a te, non hanno nemmeno il fiatone e ora reclamano la loro parte di podio. Il successo non è una cura, è solo un amplificatore del silenzio che hai dentro.
C’è qualcosa di quasi erotico nel sentirsi "rotti". Ci culliamo nel nostro vittimismo narrativo come se fosse un cappotto di cashmere in pieno inverno.
Ma BoJack ci toglie questa coperta con una violenza inaudita: non siamo poeti maledetti, siamo solo persone pigre che hanno trasformato una cattiva abitudine in un'identità. Essere rotti è facile. È confortevole. Aggiustarsi, invece, è faticoso; mentre restare a pezzi ti permette di dare la colpa a tua madre per ogni tuo fallimento dal 1993 a oggi. Restare nel dolore che si conosce è una forma di pigrizia metafisica: è più facile dichiararsi "irrimediabili" che affrontare la fatica quotidiana, noiosa e per nulla epica della guarigione. Il fango è caldo, familiare e non richiede responsabilità.
Costruiamo facciate fatte di cinismo, battute taglienti e successi di plastica perché terrorizzati che qualcuno guardi dietro il sipario. Temiamo che, se il mondo vedesse il nostro "vero io", scapperebbe urlando.
Ma la tragedia di BoJack è che, a forza di recitare la parte di chi non è, finisce per assassinare la propria identità originaria. Siamo diventati così bravi a indossare la maschera che, quando proviamo a toglierla, scopriamo che la pelle è venuta via insieme al gesso.
Non è tristezza. La tristezza ha una forma, un colore, un motivo. La depressione di BoJack è un'anestesia metafisica. È come guardare un tramonto mozzafiato attraverso un vetro smerigliato: sai che è bello, ma non senti il calore sulla pelle.
È l’incapacità di lasciar entrare il bene, non perché non ci sia, ma perché le porte sono state murate per paura che entrasse anche il male.
Uscire dal loop di BoJack non richiede un atto di coraggio epico, ma la forza di volontà necessaria a rifare il letto quando vorresti solo caderci dentro per i prossimi tre lustri.
Amiamo BoJack perché ci permette di ridere del fatto che siamo un disastro. Ci dice: "Ehi, guardami, io sono un cavallo miliardario e sto peggio di te!".
Essere fan di questa serie significa accettare che la vita non è una sitcom: le battute non risolvono i conflitti e i problemi non svaniscono dopo ventidue minuti. Resta solo la consapevolezza che, sebbene essere "buoni" sia difficile, restare "rotti" è solo una scusa che ha smesso di far ridere.