MANUALE DI AUTOSABOTAGGIO: COME DISTRUGGERSI LA VITA SENZA FARSI NOTARE.
PAROLE IN LIBERTÀ
Andrea Loreti
MANUALE DI AUTOSABOTAGGIO: COME DISTRUGGERSI LA VITA SENZA FARSI NOTARE.
C’è una cosa che sappiamo fare tutti molto bene e in modi tutti diversi ma di cui parliamo pochissimo: sabotarci. Non in modo spettacolare, niente drammi da film, niente gesti eclatanti, niente razzi aereo spaziali al gender reveal. (Che Dio ce ne scampi). Noi che abbiamo un'eleganza innata (si fa per dire) preferiamo una lenta, costante, raffinata opera di demolizione. Quasi invisibile.
1. L’arte di arrivare quasi L’autosabotaggio non consiste nel fallire ma bensì nell’arrivare vicino abbastanza da poter dire: “Vedi? Potevo farcela.” È quella candidatura che non mandi; quel messaggio che scrivi e poi cancelli; quella relazione che funziona e quindi decidi. Non è paura del fallimento: é paura della verifica. Perché finché resti nel “quasi”, puoi essere meravigliosamente tutto e contemporaneamente un leggero niente di che.
2. Lavoro: il culto della procrastinazione intelligente Nel lavoro l’autosabotaggio è sofisticato. Non fai niente? No. Fai troppo, ma nel modo sbagliato. Ti perdi nei dettagli; aspetti il momento giusto (che non arriva mai). Ti convinci che “non è ancora pronto”. Tradotto: stai evitando il giudizio. È la versione adulta del “non consegno il compito così non possono dirmi che è sbagliato”. E funziona benissimo, perché dall’esterno sembri solo preciso, perfezionista, impegnato. Dentro, però, stai solo prendendo tempo. E il tempo, come tutte le cose che non usi, si vendica.
3. Amore: scegliere sempre la persona sbagliata (ma con criterio). Qui diventiamo degli artisti, ma che dico, di più: dei Nobel assoluti. Non scegliamo persone a caso: scegliamo persone perfettamente incompatibili con ciò che diciamo di volere. Quello emotivamente indisponibile; quella che “non è pronta”; quello che ti tratta bene ma non abbastanza da farti stare tranquillo; quello che non si sente apprezzato. Non è sfortuna. È coerenza: una sequela di casi umani tutti sotto gli occhi dei tuoi amici che vorrebbero dirti ma fai sul serio!? Perché una relazione sana ha un problema enorme: funziona. E se funziona, non hai più scuse: niente drammi, niente narrativa, niente identità costruita sul “sono complicato”. E allora sabotiamo. Lo facciamo dalle piccole cose: una discussione inutile, una distanza creata apposta, un silenzio al momento giusto (cioè sbagliato). Non distruggiamo l’amore: distruggiamo la possibilità che duri.
4. Il mito del “sono fatto così” Ogni sistema ha delle regole ferree . Nel nostro caso è questa: “sono fatto così”. È una frase perfetta, perché chiude tutto. Non cambia nulla, non apre nulla, non richiede nulla: é il modo più elegante per trasformare una scelta in destino. E qui il gioco si fa interessante: perché iniziamo davvero a crederci. Diventiamo il personaggio che ci protegge. Quello che non si espone troppo. Quello che non si fida. Quello che “tanto finisce sempre così”. Non è identità: é una strategia che ha funzionato abbastanza a lungo da sembrare verità.
5. Perché lo facciamo davvero La risposta più onesta è questa: l’autosabotaggio è controllo. Se distruggi tu qualcosa, non può distruggerlo il mondo. Se rovini tu una relazione, non puoi essere lasciato. Se non provi davvero, non puoi fallire davvero. È una forma di sicurezza, distorta, certo, ma incredibilmente efficace, Il problema è che funziona. Nel breve periodo, ti protegge. Nel lungo, ti svuota. Perché a un certo punto inizi a guardarti attorno e ti accorgi che non è successo niente: non un grande fallimento, non una grande storia, non una grande riuscita. Solo una intero arcobaleno di “quasi”: e i “quasi” non fanno male subito. Quando capisci che non erano occasioni mancate: erano occasioni evitate.
Come si smette (forse)? Qui di solito arriverebbe la soluzione che va per la maggiore: respira, credi in te stesso, esci dalla tua comfort zone. Tutte cazzate: la verità è meno motivazionale e più scomoda. Smetti quando inizi a riconoscerlo mentre lo stai facendo. Non dopo. Non a posteriori. Nel momento esatto in cui stai per non mandare quel messaggio, in cui stai per tirarti indietro, in cui stai per rovinare qualcosa che sta andando bene. È lì che si rompe il meccanismo. Non perché diventi improvvisamente coraggioso, ma perché smetti di raccontarti la storia sbagliata. L’autosabotaggio non sparisce. Cambia forma. Diventa più sottile, più intelligente, più difficile da riconoscere: un po’ come te. La differenza è che a un certo punto inizi a scegliere, e non sempre scegli bene. Ma almeno non puoi più dire che “è successo”, perché a quel punto lo sai: non era destino. Era solo un modo molto sofisticato di evitare di vivere davvero.