METTITI LA MASCHERA CHE TI SI VEDE IL CINISMO: L'ARTE DI OFFENDERE SENZA PARLARE.
PAROLE IN LIBERTÀ
Ilaria Celani
METTITI LA MASCHERA CHE TI SI VEDE IL CINISMO: L'ARTE DI OFFENDERE SENZA PARLARE.
Signore e signori, facciamo un attimo un bagno di realtà: vivere in società oggi richiede un livello di tolleranza chimica che un fegato umano medio non è più in grado di sintetizzare. Giusto per darvi l'idea del livello di degrado a cui siamo arrivati, poco fa ho mandato questa bozza al mio amico Andrea. La sua risposta? Mi fa: "Assurdo, stavo scrivendo un pezzo sullo stesso argomento". Ecco, io trovo assolutamente sublime allegare questa conversazione direttamente nel testo, quasi fosse una clausola contrattuale, come prova scientifica e inconfutabile del fatto che siamo due persone orribili, unite dallo stesso identico pregio, o difetto, dipende da quanti avvocati avete nel pubblico. È dai tempi in cui ci conosciamo che coltiviamo questa deviazione mentale, ed essere d'accordo sul fatto che l'umanità sia un esperimento fallito è probabilmente il collante della nostra amicizia. Andrea è la dimostrazione vivente che la mia misantropia non è una patologia solitaria, è un virus altamente contagioso. Siamo circondati da un’umanità che galleggia in un brodo di finto buonismo, risate registrate e risvegli spirituali su Instagram, e in mezzo a questo zoo si muove una categoria di persone ben precisa. Parlo di noi: quelli che non solo sono nati con il cinismo nel DNA, ma che sono stati condannati dalla genetica ad avere una faccia che è un maxischermo a LED sintonizzato h24 sul canale dell'intolleranza. Noi: gli espressivi. Noi non abbiamo una faccia: abbiamo un'arma impropria. La nostra mimica facciale non è un mezzo di espressione, è una sentenza di condanna della Cassazione senza possibilità di appello. Quando un collega, durante una riunione aziendale, propone una di quelle stronzate immani spacciandola per "visione strategica del brand", l'impiegato civile si limita ad annuire. Noi, invece, subiamo un collasso autonomo dei connotati: la nostra sopracciglia sinistra si solleva a un’altezza tale da intercettare i segnali GPS della NATO, mentre la bocca si contrae in una smorfia che urla "ma tua madre lo sa di aver partorito un'interdizione medica?". E il bello è che non abbiamo ancora aperto bocca. Noi non critichiamo il prossimo: ne pratichiamo l'eutanasia dell'autostima con una battuta e un battito di ciglia. Cercare di essere diplomatici con una struttura facciale del genere è un suicidio assistito. Se proviamo a stamparci in volto un sorriso di cortesia per non far capire all'interlocutore che lo consideriamo un parassita dell'ossigeno, l’effetto estetico è devastante: sembriamo uno squalo bianco che sta calcolando se la preda entra intera nel suo stomaco o se deve prima spezzarle le gambe. Quando qualcuno sul percorso ci propina una di quelle frasi motivazionali da cioccolatino scaduto, robaccia tipo "se ci credi, l’universo te lo darà", la nostra lingua rilascia all'istante una frecciata così intrisa di veleno che l'universo stesso chiede un TSO. La verità è che la società ci vorrebbe tutti fluidi, accoglienti, pronti ad abbracciare l'idiota di turno in nome del vivere civile. Ma noi diciamo no. Se uno è un imbecille, la nostra faccia ha il dovere morale di notificarglielo in tempo reale e in alta definizione. È una questione di igiene pubblica. Eppure, nonostante questo nostro personale Far West relazionale, bisogna ammettere che vivere in mezzo all'umanità ha un suo perverso, sadico fascino. Perché il picco massimo della nostra esistenza avviene quando, in una stanza satura di ipocrisia, finti abbracci e sorrisi al botulino, lanciamo una di quelle nostre bombe al napalm verbale. Cala il gelo. I deboli di cuore cercano le uscite di sicurezza. Ma poi, dall'altra parte del tavolo, i nostri occhi incrociano quelli di un altro disadattato sociale. Uno che non parla, ma la cui pupilla si dilata di quel millimetro che significa: "Ho visto il sangue e mi è piaciuto". Ma d'altronde, sollevando la questione a un livello superiore, tutto questo ci spinge verso una profonda, inevitabile riflessione esistenziale. Che cos’è, in fin dei conti, la vita in società? Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale. Schopenhauer diceva che siamo come porcospini che si avvicinano per scaldarsi, ma si pungono e si allontanano. Ecco, noi non siamo semplici porcospini: noi siamo porcospini che hanno sostituito gli aculei con dei lanciafiamme verbali. E qui sta il grande equivoco cosmico. La gente ci vede, ci ascolta e pensa: "Mamma mia, che carogne". Ma la verità filosofica è un'altra. Noi non siamo cattivi. Non c'è malizia in noi, non c'è cattiveria. C'è solo una disperata, poetica onestà. Noi siamo quelli che vi vogliono così bene da non potervi mentire. La nostra pungenza non è odio verso l'umanità, è un tentativo estremo di rianimarla. Quando vi spariamo una battuta acida o vi guardiamo con una faccia che sembra una radiografia del vostro peggior difetto, stiamo solo dicendo: "Ehi, svegliati, sei meglio di questa farsa che stai recitando!" Siamo i guardiani della realtà in un mondo di plastica. Se fossimo cattivi, vi lasceremmo affogare nella vostra ipocrisia col sorriso sulle labbra. Invece no: noi ci esponiamo, rischiamo il linciaggio sociale ogni lunedì mattina, pur di regalarvi un briciolo di autenticità Quindi, guardando il grande disegno universale, restiamo uniti in questo teatro dell'assurdo. Voi continuate pure a rendere il mondo un posto ridicolo con le vostre stronzate, e noi continueremo ad ammarvi a modo nostro, salvandovi da voi stessi con una frecciata e un’alzata di sopracciglia. In fondo, l'equilibrio del cosmo si regge su questo: voi parlate a vanvera, la nostra faccia si deforma, e in quel preciso istante, tra un insulto e una risata, la vita acquista il suo meraviglioso, umanissimo e fottutissimo senso.