"SEI SPARITO!"

IL DRAMMA DI CHI HA IL POLLICE TROPPO STANCO PER SCRIVERE "COME STAI?"

PAROLE IN LIBERTÀSOCIETÀ & COSTUME

Ilaria Celani

6/16/20262 min read

Ah, la sacra, intramontabile colpa del “Sei sparito!”. Una frase che di solito viaggia su WhatsApp, unici cinque caratteri inviati negli ultimi otto mesi, capace di farti sentire istantaneamente come il peggior latitante dei sentimenti umani.

La dinamica è ormai un classico della sociologia da bar: persone che non alzano un dito da ere geologiche per sapere se sei vivo o morto, improvvisamente si travestono da fari nella notte, accusandoti di aver spento la tua luce. Il presupposto implicito è tanto affascinante quanto delirante: il dovere di alimentare il rapporto spetta sempre e solo a te. Loro sono lì, monumenti immobili nell’iperspazio, in fiduciosa attesa che tu compia il pellegrinaggio annuale verso il loro ego. Se l'orbita si interrompe, la colpa è della gravità, mica del Sole che non ha mai allungato un raggio per venirti a cercare.

La narrazione ufficiale di questi "delusi" prevede un bizzarro paradosso. La loro vita è un'epopea densa di impegni, scadenze, stanchezza cronica e drammi esistenziali (motivo per cui, poverini, non possono mica scriverti un “Ehi, come stai?”). La tua vita, invece? Evidentemente un vuoto pneumatico in cui passi le giornate a fissare il soffitto, aspettando solo il momento ideale per cercarli.

La verità che non riescono a elaborare è che a trent'anni siamo tutti nella stessa identica tempesta. È l'età in cui le occhiaie diventano un tratto somatico permanente, la casella mail esplode, ci sono le bollette da pagare e una perenne, fortissima voglia di andare a dormire alle nove di sera.

La differenza non sta nel tempo a disposizione, ma nell'empatia. Tu la capisci la loro assenza. Sai che la vita morde, e se non li senti per mesi pensi semplicemente: "Saranno incasinati, li capisco". Non tieni il registro delle presenze come una maestra d'asilo acida. Loro invece no. Loro non concepiscono che il tuo silenzio possa essere dovuto allo stesso identico motivo del loro. Per loro, il tuo silenzio è un affronto personale.
Sostengono che sei sparito, ignorando il fatto che per sparire bisogna essere in due: uno che se ne va e uno che non si guarda mai intorno.

Frequentare queste persone (o meglio, tentare di farlo) è come cercare di riempire un secchio bucato. Ogni interazione non è un piacere, è una transazione burocratica in cui devi espiare la colpa di aver osato avere una vita tua. Ti prosciugano, perché ogni contatto diventa la sanatoria di un debito che non hai mai contratto.

A trent'anni l'amicizia dovrebbe essere un porto sicuro, non un secondo lavoro non retribuito dove vieni costantemente valutato da un capo incompetente. Non siamo più in terza media, dove se non ci si scambiava il diario segreto ogni cinque minuti scattava il dramma adolescenziale. L'amicizia adulta è fatta di sintonie che resistono ai mesi di silenzio, di abbracci che riprendono esattamente da dove si erano interrotti, senza bisogno di preamboli o scuse.

Ed è qui che scatta la fase più bella della maturità: l'allontanamento terapeutico.
Quando capisci che l'indulgenza che tu concedi a loro si trasforma magicamente in un atto d'accusa nei tuoi confronti, l'unica soluzione logica è assecondare la loro narrazione. Ti dicono che sei sparito? Perfetto. Diventa il supereroe che hanno sempre visto in te: sparisci sul serio

La conclusione di questi rapporti sbilanciati è tanto naturale quanto necessaria per la salute mentale. Se un'amicizia si trasforma in un tribunale permanente dove una parte è l'eterno giudice e l'altra il perenne imputato, l'unica mossa intelligente è abbandonare l'aula. Che i paladini della presenza unilaterale continuino pure a recitare il loro monologo indignato davanti a una platea vuota. Prima o poi capiranno che per mantenere vivo un legame serve un dialogo, non un abbonamento vitalizio all'ego altrui.


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